come il profumo puzza del letto appena svegli, del pigiama invernale. non importa dove vai, quando tornerai saranno lì ad aspettarti. sottotitolo: pleonasmi d’amore e d’amicizia.

non necessariamente ti sorriderò col sorriso a cinquemila denti e ti dirò che sei importante per me e perché non lo so fare e non ho cinquemila denti. quei pochi denti che ho, denti standard e sufficienti per sorriderti a mezza bocca e sussurrarti, colla erre moscia per dare un tono aristocratico al messaggio che sto mandandoti, che però sei importante per me senza sorriso gigante,  senza far finta che so sorridere a cinquemila denti perché io sono pigra e non mi sforzerò e non fingerò, ma ti sorriderò  a settemilacinquecento denti dentro e tu sentirai plebeamente il mio messaggio. accarezzerò il tuo disagio curioso e perennemente insoddisfatto biondo e dentuto e il tuo malessere di uomo coll’orecchino troppo intelligente in un mondo di poco intelligenti e la tua accettazione coi piedi che sbatti forte ma senza far rumore di figlia d’una madre che ti trovi a dover cullare e che non puoi svegliare. accarezzerò la cellula che coltivi coi capelli di luigi quattordici, il tuo fuso orario diverso anche senza fuso orario, col profumo di patatas bravas e libri letti in una lingua e sognati in un’altra, senza bisogno di dirsi nulla. e alla tua paura di non essere in grado d’essere felice, d’essere la professionista che vuoi diventare sputeremo semi di mandarino negli occhi per depistarla. e colla siringa invisibile colma d’amore pic indolor inietterò a te, che ti senti fragile preda d’un’enciclopedia medica che pare inseguirti col battipanni, la panacea al sapore di ipocondria featuring imodium nella borsa. starò lì a dirti che ho bisogno di te mentre mi dici che hai bisogno di me ntre sto ferma a immaginarci seduti sotto un albero a scansare i frutti cadenti su un asciugamani sempre troppo sporco sempre troppo scomodo a forma di tutte le volte che t’avrei voluto sorridere a cinquemila denti, ma avevo da contare nella mente le volte plurime in cui non riuscivo a immaginarmi senza di te come una sciarpa calda cucita a mano col colore preferito colla lana preferita colla sensazione che tutto quello che andrà male, andrà male, ma poi la sciarpa se vuoi diventan guanti e cappello e fa caldo al cuore cinquemiladentiallavolta. pleonasmivero

 

e-(ssemmes)-se domani e sottolineo domani io non pote-(ssemme)-ssi rivedere te. sottotitolo: m’accontentai (accontento) di quel pog(c)o

e colla costante paura del pogo, rimembrando quel pogo di tanti anni fa, colle lire o cogli euro e le lire mischiati quando facevi la divisione per due per capire il valore dei soldi e capitava che la facessi pure colle ore e allora le tredici erano le sei e mezza di mattina e poi ah no, non si dividono pure le ore, quelle ancora non le valutano. il tempo è invalutabile, valuta e decide e tu zitto e guarda le lancette correre e spartirsi i momenti della tua vita come fossero fonzies appiccicosi sulle dita sui capelli nel cuore. e colla costante paura del pogo, rimembrando quel pogo di tanti anni fa i lividi sulle chiappe le risate come lasonil e passa tutto e ti scrivevo un essemmesse, quando ancora era consueto e si facevano gli squilli per dire ti sto pensando o per dire pensami, e ti scrivevo quando arrivi qui nel pogo vorrei baciarti. e pensavo non scriverò mai più messaggi nel pogo post mille crest, non scriverò mai più essemmesse dopo le dieci di sera. e fu così. perché decisi di optare per i uozzap. e quindi non mi si può dire niente. e coi lividi sulle chiappe e le risate come lasonil e passa tutto, ma non passi tu, non passasti tu, sei passato declinato al presente in mille cinquecento indivisibili persone che non son passate e come lividi sulle chiappe e colle risate troppo smorzate per fungere da lasonil son restate a disegnare strade a senso pogounico con scorciatoie troppo nascoste e impercorribili. e colla costante paura del pogo, mi metto in disparte e mi guardo nel pogo di tanti anni fa colla cinta grigia a stringere jeans troppo larghi a stringere pensieri divisibili come euro quando c’era la lira. quando c’era la lira nel pogo colla costante paura di scivolare sulle birre rovesciate altrui, ti cercavo e non c’eri. quando c’è l’euro nel pogo colla costante paura del pogo per l’altrettanto costante paura di scivolare sugli errori rovesciati miei, ti cerco e non ci sei. sei a fare il pane colla tua donna, sei ad avere mille figli colla tua moglie, sei a cercare di trovare conforto alla tua fidanzata infastidita dal rumore di sottofondo che non le permette di dirti che vuole andare a casa a fare l’amore con te sei solo in una stanza a cercare di risolvere l’eterno dilemma dell’invalutabilità del tempo, solo. tu sali, lui scende, io sulla porta saluto lui, accolgo te, sono l’unica ferma ad osservare il tempo ridermi in faccia e pogarmi addosso spingendomi su pavimenti scivolosi dei miei errori reiteratamente rovesciati. gli unicorni non esistono o se sì, si son fermati ad eboli.

le briciole di te sulla tovaglia del mio cuore le butto dal balcone e la sbatto pure fortissimo. sottotitolo:bilogia dell’infrangibilità di elle.

mi scivolano le cose. mi scivolano le cose specie se fanno specie ma se non fanno specie mi scivolano meno ma mi scivolano. se fanno specie mi scivolano ma mi tangono ma mi tangono come una piuma che solletica ma mica tange ‘ché la piuma solletica se no si chiamava tangente e la piuma l’hanno chiamata piuma mica tangente. i nomi mica son opinioni ‘ché se no si chiamavano opinioni o matematicanon che la matematicanon è un opinione ma io non ci credetti mai ‘ché la matematicanon è un opinione solo in quanto matematica e non nome e se fosse un nome non sarebbe un opinione e le opinioni da me che vogliono mai? io le opinioni me le faccio sbagliate e non matematiche. io le divisioni a due cifre.. chi eran costoro? son stanca io del solletico e della matematicanon. son stanca del solletico e della matematica. professionale. io non sarò mai professionale. nascesi professionale. professionale si coniuga con puntoebbasta e puntoebbasta ammè mi fa cagare come categoricodellavita ‘ché puntoebbasta io non ci sto puntoebbasta lo vai a dire a qualcun altro o se vuoi dimmelo ma io forse m’indispettisco e forse nò ma se m’indispettisco?bricioline

aspe che vado a raccogliere i fiammiferi dalla neve debbo recuperarli ‘ché se poi non li trovo più mica possono ricadermi e se non mi ricadono mica posso raccoglierli dalla neve ‘ché la neve prima o poi finisce. mio fratello ha dettomi che la neve è sporca ‘ché è usata e quel biancume che caratterizzala in realtà è fittizio in realtà è mero biancume estetico ma la neve è usata la neve di oggi è la stessa di quando ci stavano come abitanti della terra altri personaggi che c’avevano la coda e mica come noi il coccige. mio fratello m’ha detto anche che la neve fa venire i geloni e a quello c’arrivavo anch’io non foss’altro che l’ho provato empiricamente sto fatto qua e l’ho presa tra le mani ma non cercavo fiammiferi. e c’era la neve e avevi gli occhi belli e le mani coi geloni e i piedi necessitanti un pediluvio. un pediluvio universale io non ci sto. i piedi mischiati coi piedi degli altri, bleah. io me li devo scegliere i piedi. un pediluvio universale non ci sto. chiudi il rubinetto. e compra della neve nuova la prossima volta.