l’equazione di dirac ci dirà(c)he. sottotitolo: satellite aspetta pianeta all’altare del comune. pianeta non arriva mai. satellite aspetta. pianeta continua a non arrivare. satellite aspetta. satellite aspetta. satellite aspetta. satellite aspetta. pianeta arriva.

l’equazione di dirac ci dirà(c)he se due sistemi interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo, anche una volta lontani l’uno dall’altro, continueranno ad influenzarsi reciprocamente perché ormai son diventati un unico sistema. l’equazione di dirac ci dirà(c)he ogni volta che le nostre mani si sono cercate senza trovarsi in desolati spazi della nostra fantasia in notti fredde da triplo piumone o calde caldissime da triplo ventilatore e sudore rugiadoso sulle ciglia, il fatto che queste nostre mani cercanti nel freddo e nel caldo non si siano incontrate, è stato solo un bene. è stato solo un sudatissimo o tremante bene che ci ha evitato di rimanere attaccati in un unico sistema cubetto di ghiaccio o in un’unica sistemessa goccia laghetto di sudore rugiadoso al momento sbagliato. l’equazione di dirac ci dirà(c)che tuttavia nella nostra unanime sensazione barra tentazione barra idiozia di cercarci le mani in spazi desolati della nostra fantasia siamo diventati un unico sistema di polpastrelli siamesi con un solo cuore e un solo battito che si sarebbe incontrato al momento giusto.dirac

l’equazione di dirac ci dirà(c)he ogni volta che ho sfiorato le tue mani nel mio letto e ho sentito che dormienti e irriconoscibili non potevano fare male e ho sentito nelle mie la potenza di poter decidere di mandarti via girandomi dall’altro lato del letto, il fatto che queste nostre mani si siano incontrate nel freddo del tuo cuore così freddo che i ghiacciai intimiditi facevano harakiri e si tuffavano in fiumi di lava bollente nel freddo del tuo cuore rotto che l’aveva rotto qualche farabutta e s’era scordata di togliere i cerotti e nel caldo del mio cuore così scioccamente bollente come i piedini di bambino che dorme, caldi di nulla può succedermi il biberon la tetta di mamma la manona di papà, è stato solo bene o male un benevolo e simpaticissimo, a livelli di bagaglino pippo franco e martufello e tutta la combriccola, tentativo del male di creare un unico sistema le cui parti non si incontreranno mai come quegli sfigati dei satelliti attorno ai pianeti gira e gira e gira attorno e mai che i pianeti avvicinano la mano mai ou, è stato solo bene o bene un malevolo tentativo del male finito male. il male aveva capito male. soffre di adiaccadi o di un altro di quei disturbi col nome siglato.

le cicatrici quelle vere e quelle in senso metaforico – le metafore sono belle come lo zucchero e la pillola va giu.

facciamo un castello di sabbia facciamolo e accertiamoci che nessuno venga dal mare a sputare acqua che possa portarlo via. facciamo un castello di sabbia pure se la sabbia prude e ci infastidisce moltissimo ma facciamolo perché entrambi vogliamo che nessuno venga dal mare a sputare acqua che possa portarlo via. mi sono messa sulla riva distesa a proteggere il castello di sabbia mi sono bagnata di mare caldo fresco e freddo per evitare che qualcuno venisse a portare via quel castello di sabbia. ho tossito fino a vomitare ho rivadiststarnutito fino a fargli dire educati salute e farmi dire educati (coi sorrisi finti) grazie pur di non sciogliere quel castello di sabbia. in quel castello di sabbia colla sabbia spessa e cementosa c’eravamo io e te e tu mi dicevi cogli occhi stanchi e col profumo di tabacco bagnato dall’ umidità barese a forma di spugna color viola chiaro, mi dicevi mi piacciono le tue paure non mi dispiacciono: t’ho creato una fortezza che possa contenerle e mai arginarle che possa contenerle e tu con me insieme andarci a parlare una volta al giorno come i detenuti dentro alle prigioni. alla paura di morire diremo che non abbiam paura di qualcosa che nessuno ha mai descritto e le diremo vattene via paura di morire c’abbiam da vivere ancora. alla paura della solitudine diremo che ci bastiamo e che è una leggenda la paura della solitudine ‘ché non si può aver paura di quello che si è, di quello che si nasce di quello che saremo. nel castello di sabbia che ho costruito per noi la mia solitudine e la tua si completeranno senz’annullarsi, si daranno la mano e camminando nei posti inesplorati dicendosi fatti detti e ridetti, ridendo di risate rise e ri-rise fingendo con amore che i fatti detti e ridetti e le risate già rise siano fatti nuovi di cui ridere cogli occhi semichiusi colle lacrime e le mandibole doloranti. le onde non sono cattive ma s’infrangono inconsapevoli e incontrollate sul castello di sabbia che ho creato per farci vivere la storia di me e di te, che poi è la storia di me e di te che t’infrangi su di me com’un’onda inconsapevole e incontrollata. mi sono messa sulla riva distesa a proteggere il castello di sabbia mi sono messa sulla riva distesa mi sto infastidendo la sabbia prude ma non importa io ci credo ai castelli di sabbia infrangibili.

mi sono messa sulla riva distesa.

ho scritto t’odio sulla sabbia. ho scritto t’odio sul cipresso. sottotitolo: ci c/o.

 

storia vera tratta da una storia falsa, falsissima ma proprio così falsa come le scarpe di folce e baggana e come le tue parole e i tuoi sorrisi dal titolo gli esseri umani di sesso maschile non se ne salva uno manco col salvataggio automatico di word

sii pure innovativo nel cercare scuse che sembrino realistiche per dirmi che no, non possiamo più stare insieme e no, non possiamo più immaginare di stare insieme e no, i tuoi occhi marroni non son marroni come il marrone che m’ero immaginato, i tuoi celesti non son così limpidi come me l’ero illimpiditi. e allora debbo dirti che l’innovatività che t’eri immaginata come innovativa non va a colmare il vuoto del pieno delle tue innovative vecchitudini e sì, me l’avevano già detto in altri modi e no,non me lo sarei aspettato mai ‘ché ti credevo l’uomo della mia vita o semplicemente ti credevo perché a trentaepassaanni io ci credo ancora alle persone e a dire le bugie alle femmine si accorcia il pisello, se c’è da accorciare, ovviamente.  e l’uomo della mia vita ho ciprscoperto essere quello che mi dice quello che prova senza temere che quello che prova a me dia fastidio. a me da fastidio ma ho scoperto che è giusto che mi dia fastidio e pure ch’è giusto che a lui dia fastidio che a me dia fastidio. i cipressi sono altissimi e non cadono mai. i cipressi pare abbiano delle radici imponenti  tanto da non rompersi manco col vento colla pioggia colla tormenta. ciò che mi tormenta non m’abbatte c’ho le radici e le difese immunitarie per le innovative scuse che mi racconterai sperando ch’io sia una nuova adepta del sentimento che inizia colla a e che finisce con more. come quelle che raccolsi quel giorno in quella campagna e poi le assaggiammo per vedere se fossero velenose.sei cianuro. sei sette otto nove e dieci. dieci more ho dovuto mangiare per capire la velenosità. dieci undici dodici e tot more per capire la velenosità della parola che comincia con a e finisce con cianuro. alla tottesima ho capito che il cipresso si piega ma non si rompe e la tristezza è positiva e colle lacrime idrata la felicità che ho seminato e i rami non si spezzano e la tua innovazione diventa vecchiume che puzza di latte nel pentolino per settimane colle mani a tappare il naso colle mani a tappare il cuore.

 

applaud(isc)o solo in presenza del mio avvocato. sottotitolo: da grande voglio imparare ad applaudire colle mani a coppetta.

il cielo celeste quello delle sei di mattina, quello che sembra il mare mischiato col cielo ma il mare in cielo non c’è e quindi è solo cielo e solo cielo è un ossimoro. il cielo celeste d’un celeste che coi colori a pastello puoi inventare solo colla polverina di dopo che hai temperato, ma il mare resta sulle dita e senza dita è solo cielo celeste imitazione del cielo celeste delle sei di mattina, quello che mentre batti le ciglia già è cambiato e dici quanto tempo stiamo perdendo a cercare la tonalità giusta d’un pastello che non esiste, quante dita dovrò sporcarmi per un colore che non esiste. e il cielo celeste delle sei di mattina è lì impegnato ad esser cangiante senz’accorgersi di quant’è bello. pensa che stai dormendo, fa tentativi, cerca di perfettirsi alla volta del celeste cielo delle otto di mattina per augurarti un buon risveglio con una tonalità artificiale che puoi riprodurre pure coi colori a spirito e quindi ti rassicuri. buongiorno! sono il cielo delle otto di mattina, ti rimango impresso perché sono d’un celeste disegno di bambino dell’asilo e pure se ci sono le scainuvole le cancellerai colla gomma pane e se non funge colla gomma della penna per riconoscermi celeste come mi ricordi tu. il cielo celeste quello delle sei di mattina, quello che ti illumina colla luce imperfetta e tu sei lì col tuo collo bordò di lanona pesantissima che copre le guance dal freddo e nasconde i pensieri, quelli che vorresti dire ad alta voce ma hai una voce ai limiti del ridondante e non lo so come suona a chi l’ascolta so che la percepisco ridondante e paperesca e son le sei di mattina e nel cielo ci sta un celeste bello come una manina di bambina sporca di penna nera e blu e rossa mentre disegna un disegno orribile e incomprensibile e tu non capisci ma dici che bello, è bello come il cielo celeste delle sei di mattina e lei non capisce e dice non ho capito. quando abbiamo smesso di ammettere che non avevamo capito e ci siamo colorati di celeste cielo delle otto, allora  ci siamo autocondannati a sporcarci le dita colle tonalità sbagliate, io da grande voglio dire non ho capito quando non capisco, voglio guardare il cielo celeste delle sei di mattina senza impallidire di fronte a cotanta beltade e dire ad alta e ridondante e paperesca voce i pensieri delle sei di mattina che si stanno perfettendo alla volta delle otto.

come quel pomeriggio che vidi il sole più bello del mondo rosso bellissimo rosso stimmate nel cuore e rosso come gli errori gravi col lato rosso del matitone blu e rosso delle maestre.

non sarà un letto diverso a fare la differenza. non sarà una candela al profumo di vaniglia e nemmeno spruzzare l’acido muriatico potrà servire a bruciare via la sensazione che niente sarà più come prima. e meno male. però fa male. fa male come la prima volta dal dentista e pure la seconda e la terza col tubicino a tirar via la saliva e l’impotenza lì su quel lettino e la potenza in un acciaioso aggeggino che vibra e martella vibra e martella terremotandoti i denti la bocca e non puoi gridare come in un incubo che ricordi vivido dopo vent’anni come in un incubo del giorno prima che ti accarezza i peli delle braccia e li solleva vulnerabili al tocco del mondo esterno. fa male come quella volta che per rincorrere le mie cugine più grandi caddi e si riaprì una ferita semiaperta e il terreno nel sangue e la corsa finita e adesso dobbiamo aiutarla a rialzarsi e d’ora in poi non correte, non lasciatela indietro. fa male come le cose ottenute indebitamente. il senso di colpa cristiano. fanculo al senso di colpa cristiano. fanculo a quando ho deciso che mi sarei dedicata, come una missionaria che fa il pane colle altre missionarie alle sei di mattina tra i russii dei non missionari e i voluttuosi gemiti missionari, a  non dedicarmi a me. e tu non ti sei mai dedicato a me e tu nemmeno e tu neppure e tu tanto più. e ti sei mangiato il pane caldo, ma non bollente, faccpremurosamente caldo come un cuscino dopo una notte di sonno sereno caldo, come le mie mani quando pregavano atee di poter appannare lo specchio del giorno dopo di felicità e doverlo disappannare per non soffocare per la troppa soddisfazione e invece occhi bassi occhi neri sporchi di trucco mai tolto di trucco messo male di trucco che nasconde la paura di gridare lo schifo e togliersi la maschera del senso di colpa cristiano. fanculo al senso di colpa cristiano. e fanculo a quando ho deciso che m’accontentavo della briciola del pane caldo ormai freddo del pane secco per piccioni del crackers in bustina schiacciata tra i libri di scuola e la polverina dei crackers quella che si beve e ti rimane in gola e vuoi sputare vuoi vomitare ma bevi l’acqua e pare sia andata giù. non è andata giù. e meno male. però fa male. come quella volta che non ci sei stato e tu neppure e tu nemmeno e quella volta altra e quell’altra ancora e tu neppure e tu nemmeno. fanculo. fa rima con fanculo. anagrammato fa fanculo. il palindromo è fanculolucnaf. il pane caldo lo mangio io, ma non bollente, premurosamente caldo come il cuscino delle mie notti serene in un letto diverso coll’acido muriatico colla candela alla vaniglia e colla voglia di sputare quella polvere di crackers andata di traverso.

lo schiaccianoci arrugginito. la noce non rischia il tetano. sottotitolo: come ti sei permesso di togliermi la ruggine dal cuore.antitetanico che non sei altro.

ho i denti e il pane è duro. oggi è l’ultimo giorno che ci vediamo ti cancello da uozzap da feisbuc da sms e da tutto. è l’ultimo giorno che ci vediamo. anzi, il penultimo. prima salutami come mi saluti tu e dimmi fruscio della scopa nuova colla c che sembra una zeta che sorride e dimmi che frusciamo bene e raccontami dei fatti che non ascolterò perché intenta a distrarmi per guardare quella ci che sembra una zeta che sorride scivolare fuori dalla tua bocca, perché intenta a distrarmi cercandoti un difetto nel verde acqua di mare di mare bellissimo degli occhi tuoi.

comunque è l’ultimo giorno che ci vediamo. è l’ultimo giorno che consumi il mio carica batterie.

ho i denti e il pane è duro, la crosta, poca mollica e comunque nascosta e se poi scavo e la mollica è morbida e non m’alzo più, lo so, m’abituo, come col cuscino, come colle serialità recidive della mia vita. e domani è l’ultimo giorno che ci vediamo ‘ché non voglio abituarmi ai tuoi pantaloni di pail fuori stagione, alle tue calze da nonno di heidi quand’era giovane e al profumo della tua pelle come quello dei costumi da bagno da piscina dei nuotatori col cloro.

i denti debolissimi le gengive spaccate e il pane è duro e vecchio di due giorni e dopodomani sarà l’ultimo giorno che ci vediamo e non t’accompagno più da nessuna parte e fumo mille sigarette e ti sputo il fumo in faccia e poi mi prendo pure i medicinali per farti dispetto. ochei, se vuoi bacia pure per l’ultima volta i polpastrelli tuoi dopo che li ho baciati io, ma non credere che servirà a farmi cambiare idea. massimo dopodopodopodomani io decido che non ci vediamo più e non leggerò mai i libri che m’hai prestato perché i tuoi gusti letturali non sono i miei, anzi i tuoi fanno schifo e sono incomprensibili come te mentre mi dici scambiamoci la maglietta e dormiamoci dentro e la tua puzza di discipline orientali al caldo del parco e la mia di fumo e allora un compromesso non lo potremo trovare. allora io dico che massimo tra due settimane noi due non ci vediamo più.

anzi, ti canto pure una canzone che avevo scritto per un altro che m’aveva spezzato il cuore e te la canto col cellulare come microfono e la mano destra a scandire il tempo

uan ciu tri

canzone d’odio11221231_10206329114322386_1539756804_o

non me ne frega mica se non vuoi stare con me

anch’io non voglio stare con me

non m’importa niente se era solo un abbaglio

meglio d’un guinzaglio o di un ventaglio ‘ché mica sono vecchia

non mi taglio se il cuore non me l’hai regalato

c’ho quello mio io

(mica ne volevo un altro due cuori non si può, non c’è spazio.)

non resto sveglia la notte se mi parli d’un’ altra

tanto resto sveglia uguale

canzone d’odio perché ti odio

l’esame delle urine dice giallo paglierino, l’esame del mio cuore dice solo bianco e nero

i pensieri quelli prima d’andare a dormire, quelli col senno di prima. quei pensieri d’un ottimismo sfrenato e che vanno a cent’all’ora in un vicolo di paese colla processione davanti e le madonne nere portate sulle spalle nere di uomini che sembrano venuti fuori da deandreiane canzoni. quei pensieri netti come lavati in sorgenti d’acqua biancoceleste da donne colle ceste pel bucato. sono quei pensieri delle cose che farai il giorno dopo, dei buoni propositi che giuro sulla mia incoerenza domani diverranno reali giuro che domani mi iscrivo in palestra oppure cammino almeno mezz’ora e non prendo più la macchina per andare a comprare le sigarette e mi sveglio presto da domani,  anche alle otto ‘ché la mattina va goduta. però aspè son già le tre magari per domani mi sveglio alle nove facciamo nove e mezza poi da domani sera vado a letto alle undici mi faccio la doccia prima d’addormirmi spengo il computer, non attendo che mi scrivi una cosa che non si scrive e non si pensa non ti attendo più lo giuro. e da domani giuro che smetto d’usare la stampante come armadio, un armadio ce l’ho, non mi piacciono gli armadi, ma userò l’armadio da domani e ci metterò dentro tutti i vestiti magari faccio pure il cambio di stagione e di st’estate infinita metto via pure te e tutte le cose belle di te. che poi cose brutte di te non le so, sei un’idea, mica sei reale. e basta con ste idee. mi fidanzo con uno che mi dice che gli piacciono i miei occhi pure se non sono azzurri come quelli di felipe ha gli occhi azzurri e che ha bisogno di me e che mi regala i portachiavi da muro di totoro e mi scrive lettere d’amore e che quando mi finiscono le sigarette me le va a comprare o mi regala le sue e mi dedica le canzoni d’amore e mi porta i fardelli d’acqua pesanti e mi cucina le stelle nelle padelle. da domani, dopo che magari pospongo la sveglia massimo alle dieci e poi mi fa male la gamba domani magari non cammino e la palestra obiettivamente non posso permettermela e poi mi piaccio così se mi devi volere vollimi per come sono, da domani giuro che la smetto di legarmi i capelli e magari comincio ad usare un fondo tinta ed imparo anche a spalmarmelo e coi capelli sciolti e forse un pantalone da femmina vado a comprarmi un portafogli di quelli cogli scomparti, di quelli da adulta e smetto di tenere i soldi mischiati agli scontrini e smetto di perdere scontrini sui pavimenti dei negozi ogni volta che mi danno uno scontrino e lo sistemo nel portafogli non portafogli che ho. giuro che domani stampo st’elenco di buoni propositi e l’attacco nell’armadio e una piccola copia piegata composta in due piegamenti la metto nello scomparto del mio portafogli, lo scomparto dedicato alle piccole copie di elenchi di buoni propositi. lo giuro su felipe ha gli occhi azzurri.

batter