assodato che non me ne frega niente di quelli che non sono i miei momenti felici e che grazie a questo la mia felicità è molto semplice. essa, la mia felicità, consta di pochi elementi che in un girotondo senza mani (colle mani no, se no troppi microbi, troppo affetto ostentato, le mani sudate, scivolano e si sciolgono) in un girotondo senza mani netto e sincero girano all’unisono coll’intento unico di girare felici insieme. sottotitolo: il titolo è più lungo dello svolgimento.

ho perso le mie calze fucsia sfilate, tu che hai perso? ah, sì, hai perso me. ho perso la scheda esseddi piccolina del cellulare, i ferretti, moltissimi, elastici a bizzeffe, e tu hai perso qualcos’altro? ah, sì, hai perso me. ho perso la dignità, plurime volte, col sorriso, quello non l’ho perso, si è irrughito un po’, ma sta, e poi ho perso il portafogli una volta sulla metro in spagna meritatamente, era il mio preferito, tu pure, ma hai perso mai persi
qualcosa tu? ah, sì, hai perso me. una volta memorabile ho perso una partita a ruzzle, ma l’unica di centinaia di migliaia, sofforte a ruzzle io, tu pure, però non mi è chiaro ancora se tu hai perso qualcosa. come dici? ah, sì, non lo dici, lo dico io col sorriso irrughito, hai perso me. persi dei chili poi ripresi poi ripersi ripresi ripersi anagrammi farabutti confondono e una volta ho perso la ragione poi l’ho ritrovata ti c’eri seduto sopra tu allora mi sono spostata e ou t’eri seduto sopra pure al cuore e ai polmoni e stavo soffocando e mi facevano meno male le sigarette che non fumavo cottè che il tuo starmi seduto sui polmoni il tuo starmi seduto sulla ragione che persi ripresi ripersi ripresi anagrammi farabutti confondono e ho perso il filo del discorso e mò l’ho ripreso e poi riperso e farabutto anagramma senza senso che sei stato per me.

credevo fosse amore e invece era Romea.