la verità è che la verità non mi piace abbastanza. sottotitolo: quei gran scrocconi di babbo natale & la befana

babbo natale non portava i doni ‘ché li andavano a comprare i miei da un negozio che si chiamava pistolato ma veniva a casa mia di nascosto la notte prima che i miei impacchettassero i doni a bersi il vino di mio padre e mangiare qualche avanzo. non mi svegliai mai per controllare. la verità non m’è mai piaciuta. la verità puzza di garofano andato a male e di ascella putrida di vecchia signora. la questione befanica m’è interessata sempre poco: la vecchia signora con ascella putrida e naso di pippo franco, scroccona come babbo natale, veniva di notte sempre colle chiavi magiche e beveva il vino di mio padre, mangiava qualche avanzo e dessertava con una fetta di pandoro dezuccheroavelizzato dal sudore della busta. i dolci venivano comprati senza troppi sotterfugi da marnaridd e le calze erano quelle dell’anno prima anni ottanta novanta pacchiane che mio fratello ad oggi definirebbe glamour. non mi svegliai mai per controllare. la verità non m’è mai piaciuta. puzza di portoni fognosi di via brigata regina. poi c’era la storia che ‘l castello svevo era la residenza di lady oscar oltre che set del cartone animato. non andai mai a controllare. l’eventualità di trovarmi di fronte ad un cartone animato in cartone e ossa m’ha sempre terrorizzato. la verità non m’è mai piaciuta. puzza di purea di fave andata a male. cristina d’avena abitava tra palese e santo spirito; scialpi era un collega di mio padre; il giorno della cresima ti mettono l’olio bollente sulla fronte. le tette non mi sarebbero mai cresciute, la vecchia salumeria di roberto ci sarebbe stata per sempre e pure le rotelle della bici. babbo natale e la befana presumo siano morti perché sono anni che non vengono più a scroccare. le tette mi sono cresciute e roberto della salumeria forse mi preferiva detettuta dato che poi l’ha chiusa la salumeria. la verità non m’è mai piaciuta. puzza di quelli che non hanno mai creduto che il cuore avesse la forma di cuore rosso rosa o fuxia.bembeli

le cicatrici quelle vere e quelle in senso metaforico – le metafore sono belle come lo zucchero e la pillola va giu.

facciamo un castello di sabbia facciamolo e accertiamoci che nessuno venga dal mare a sputare acqua che possa portarlo via. facciamo un castello di sabbia pure se la sabbia prude e ci infastidisce moltissimo ma facciamolo perché entrambi vogliamo che nessuno venga dal mare a sputare acqua che possa portarlo via. mi sono messa sulla riva distesa a proteggere il castello di sabbia mi sono bagnata di mare caldo fresco e freddo per evitare che qualcuno venisse a portare via quel castello di sabbia. ho tossito fino a vomitare ho rivadiststarnutito fino a fargli dire educati salute e farmi dire educati (coi sorrisi finti) grazie pur di non sciogliere quel castello di sabbia. in quel castello di sabbia colla sabbia spessa e cementosa c’eravamo io e te e tu mi dicevi cogli occhi stanchi e col profumo di tabacco bagnato dall’ umidità barese a forma di spugna color viola chiaro, mi dicevi mi piacciono le tue paure non mi dispiacciono: t’ho creato una fortezza che possa contenerle e mai arginarle che possa contenerle e tu con me insieme andarci a parlare una volta al giorno come i detenuti dentro alle prigioni. alla paura di morire diremo che non abbiam paura di qualcosa che nessuno ha mai descritto e le diremo vattene via paura di morire c’abbiam da vivere ancora. alla paura della solitudine diremo che ci bastiamo e che è una leggenda la paura della solitudine ‘ché non si può aver paura di quello che si è, di quello che si nasce di quello che saremo. nel castello di sabbia che ho costruito per noi la mia solitudine e la tua si completeranno senz’annullarsi, si daranno la mano e camminando nei posti inesplorati dicendosi fatti detti e ridetti, ridendo di risate rise e ri-rise fingendo con amore che i fatti detti e ridetti e le risate già rise siano fatti nuovi di cui ridere cogli occhi semichiusi colle lacrime e le mandibole doloranti. le onde non sono cattive ma s’infrangono inconsapevoli e incontrollate sul castello di sabbia che ho creato per farci vivere la storia di me e di te, che poi è la storia di me e di te che t’infrangi su di me com’un’onda inconsapevole e incontrollata. mi sono messa sulla riva distesa a proteggere il castello di sabbia mi sono messa sulla riva distesa mi sto infastidendo la sabbia prude ma non importa io ci credo ai castelli di sabbia infrangibili.

mi sono messa sulla riva distesa.

scusate se rido, non rido di voi, è che me l’ha stampato in faccia lui. sottotitolo: come quando da piccola i dischini piccoli nel giradischi arancione, i dischini preferiti e quelli spreferiti, così.

la signora piccola col suo panino a forma di balena salvata dai mali del mondo, col suo panino a forma di arcobaleno che lo puoi toccare cogli occhi sinestetici. la signora piccola s’abbassa per raccogliere uno scellino nella pozzanghera e pensa che pozzanghera sia una parola molto bella e che le pozzanghere da giovani sicuramente erano pulitissimi cerchietti d’acqua in cui gli scellini caduti si trasformavano in fiorellini gracidanti e ranocchie profumate da baciare sulla fronte collo schiocco. la signora piccola m’ha preso la mano e aiutato a salire sul treno. mi mancavano le forze come quando nei sogni non ce la fai a muovere gli arti e mi sentivo le gambe piccole piccole come stecchini di bambù bagnati dalla pioggia allora chiesi alla signora piccola di aiutarmi a salire sul treno ma non glielo chiesi colle parole e forse non glielo chiesi neppure. eppure la signora piccola m’aiutò a salire su quel treno gremito di individui. le mamme coi bambini: le mamme in piedi i bambini seduti o sonnecchianti semistesi, ah no, questo fatto lo sto inventando non è successo davvero, loro non c’erano. i vecchi colle confetture in contenitori di vetro coi coperchi di fazzoletto di stoffa, ah no, non c’erano neppure loro, l’ho visto in qualche films. i soldati vestiti color polvere arrugginita colle lettere vicino al cuore delle amate lontane, ah che poi non ci stavano neppure loro, l’ho visto in qualche libro. la signora piccola m’aiutò a salire su quel treno ‘ché ero lì colle gambe di bambù bagnato a immaginare il treno gremito d’individui immaginati sognati e visti. mi spinse forte che le dissi signorapiccola ma quanta forza c’hai, ma non glielo dissi colle parole e forse non glielo dissi neppure. Eppure la signora piccola m’accompagnò al mio posto mi disse senza dirmelo di sedermi lì e di guardare fuori dal finestrino e mai in basso o mai in alto e mai nella borsa e mai nel cuore e mai nella testa, di guardare fuori dal finestrino. Guardai dal finestrino col naso sul finestrino il respiro sul finestrino la condensa e la tentazione di disegnare i cuori e il nome mio ma fui distratta da un arcobaleno e lo potevo toccare cogli occhi sinestetici e non pensai più alla condensa e a disegnare i cuori. Guardai dal finestrino appannato di condensa senza cuori disegnati e vidi un uomo che volevo avere una casa che volevo avere un cane che volevo avere  una libreria profumata di acari istruiti che volevo avere e senza guardarmi nel cuore nella borsa nella testa in alto in basso scesi correndo dal treno in corsa. ah no, questo me lo sono solo immaginato, non scesi correndo e il treno non era in corsa neppure. Eppure scesi da quel treno, i piedi in una pozzanghera dalla quale si poteva bere l’acqua colle mani e nella pozzanghera uno scellino a suo agio tra altri scellini puliti. Ho sempre pensato che la parola scellino fosse molto bella e che se la parola scellino fosse una persona avrebbe un cappottino rosso di lanona e occhiali spessi coi bordi neri.

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