io da grande voglio soffiare fiato tiepido sulle girandole ferme che poi da ferme si chiamano fermandole e fa schifo come nome.

storia di una coi capelli del cantante dei cure travestito carnevalescamente da sean penn nel film di sorrentino, piena d’un vuoto così vuoto che se gridi fortissimo si sente l’eco fin dentro gli igloo gelidi del polo che non ho mai capito se nord o sud.

come quella volta che t’ho detto d’andare via perché dovevo incontrare a montauk uno coi capelli di uno dei bee hive, non mirko e nemmeno satomi, e volevo vedere com’era da vicino. così vicino che vedi i pori della pelle, i vari marrone dei nei e le caccole di naso, così poco lontane da non capire se son le mie o son le tue, prendi il fazzoletto o prendo il fazzoletto, non ho capito, nel dubbio continuo a vederti da vicino così vicino che mi fanno male gli occhi e non ho capito, ho zummato troppo, m’allontano e riposo gli occhi. gir

come quella volta che t’ho detto i nomi dei miei figli immaginari, lara e iuri ho detto e tu hai capito laraeiuri un unico nome e io ho riso fortissimo così fortissimo che si è sentito quasi fin dentro gli igloo gelidi del polo che non ho mai capito se nord o sud e poi ho pure pianto ma nella mente, silenziosa così silenziosa che non l’ho sentito manco io e ho continuato a dirti d’andare via perché dovevo incontrare il padre immaginario dei miei figli lara e iuri, dovevo incontrarlo per forza e non stavo capendo niente.

come quella volta che ho corso così veloce che la luce si sentiva na lumaca zoppa nconfrontammè, correvo e tutto intorno a me cadeva e si spaccava in mille pezzi ma non sentivo i rumori dei rompimenti e i cocci sottalletto cogli elastici che perdo la notte e non ritrovo più vicino al cuore che si stava ad ingrigire vicino al cuore tutto impolverato.

come quella volta che t’ho detto d’andare via perché dovevo fare pulizie sottalletto collo swiffer da centomila dollari.

era un pomeriggio quasi sera mezzo giorno e mezza notte, un pomeriggio comune di persona

matla storia della matriosca colle labbra pittate narra della matriosca colle labbra pittate, cogli occhi neri nererrimi di trucco sporchi, narra della matriosca col vestito di tulle. la matriosca. tutti le dicevano come sei pienotta, i più gentili, che grossona, i meno, che cicciabbombacannoniere, i simpatici del quartierino, dovresti controllare il peso,  i salutisti, ommioddio rischi d’avere danni seri, gli allarmisti invadenti. allora la matriosca che di suo non ci pensava mica alla pienottitudo ‘ché c’aveva le passioni lei, c’aveva la passione dell’amore, c’aveva la passione per toccare il fondo. tu mò la vedi così pienotta così truccata e credi mai quella sarà abbastanza atletica e struccata per toccare il fondo e invece lei lo tocca e lo tocca pure bene colle ciglia colle iridi lo tocca. e allora un giorno che stava toccando il fondo si vide dentro e vide che c’aveva un sacco di figli dentro: uno grande, uno medio, uno piccolo, uno piccolissimo, uno mini, uno minissimo, uno inesistente quasi e poi quando credeva che fosse finita la prole nascosta ‘ché già si vedeva a comunicare all’editore il titolo del suo romanzo  “laprolenascosta” e fu proprio a quel punto che ne sgamò uno che gli aggettivi non esistono mica per descrivere la sua minitudine. si mise a piangere fortissimo e gridò al gentile non sono pienotta al meno non sono grossona al simpatico del quartierino nonché suo fratello patriosco non sono cicciabbombacannoniere e così via e collo sprai sui muri del paese di nome kiurinov scrisse c’holecosedentro ecco cos’è. cholecosedentrocholecosedentro ecco che c’è.