e l’ostia mi fa schifo e poi in inverno fa freddo per sposarsi in estate fa caldo in primavera non sai cosa metterti in autunno pure e le stagioni quelle sono. sottotitolo subliminale: dhfhfoeohnd rehornlsdiosdf.

del catechismo non ho alcun ricordo tranne che non ci volevo andare e l’aria fredda e cimiteriale della stanzetta della chiesa adibita a stanzetta del catechismo. potrei aver subito bullismo al catechismo ma non me lo ricordo perché non ho ricordi del catechismo tranne che non ci volevo andare e le ragazze più grandi di me che sembravano volerci molto andare e si fidanzavano coi catechisti maschi grandi e diventavano poi a loro volta catechiste. negli anni ottanta andare al catechismo si usava anche in famiglie non cattoliche come la mia si usava come fare i punti della mulino bianco e del latte silac e della pasta divella e come gli scontrini che si raccoglievano per comprare sedie a rotelle ai bisognosi di sedie a rotelle. si usava pure apostrofare i bambini ghei come mezza femmina e scansarli e dire quello è mezzafemmina e poi manco ridere ma proprio stare spaventati. ci si spaventava facilmente a quei tempi i tempi del telefono col filo e i gettoni e la cabina telefonica sotto casa mia e una via semivuota piena del minimo indispensabile per non spaventarsi troppo. il filo più di così non si può allungare. lo zaino dell’invicta il libro di musica la diamonica colla saliva il flauto verde coi disegni disegnati col pennarello i cuori i nomi dei fidanzati immaginari le telefonate anonime ti amo e chiudo e sei troppo piccola per me e ma ti sei visto quanti brufoli c’hai non sei mica come mark dei take that il poster nell’armadio i take that si sono sciolti a piangere fortissimo colle lacrime finte a bagnare cioè. scrivevo poesie colle rime cuore amore e su quaderni a quadretti io odio i quaderni a quadretti per quello quelle poesie erano brutte che manco cioè le avrebbe mai pubblicate una volta ho detto che me l’avevano pubblicate su cioè e che m’avevano chiesto di tenere una rubrica fissa per dare sconsigli. una volta ho messo la saliva sugli occhi per fingere di piangere per amore per un fidanzato che mi ero inventata. dopo la cresima finalmente il catechismo era finito e ho pensato mò che non ci devo andare più quasi quasi ci vado chissà mi fidanzo con un catechista maschio grande e divento catechista a mia volta e mi bagno gli occhi coll’acqua santa fingendo di piangere per un catechista maschio grande. poi c’avevo troppo da fare le telefonate anonime ai maschi non catechisti per andarci e non ci sono andata più e l’ostia me la facevo dare in mano e poi la buttavo o la mettevo in tasca. il filo più di così non si può allungare.

borin

Gesù, scusa se ti nomino, ma una cosa ti avevo chiesto, il frisè naturale fisso post treccine, e manco era chissà quanto difficile, moccattè gesù. scusa se ti rinomino. <3

Facciamo un gioco, il gioco di come ti vedi a vent’anni, non ci riesco non vedo bene da lontano. bugia sono ipermetrope vedo benissimo più nitido che da vicino son stata molto utilizzata negli anni come veditrice ufficiale da lontano di cartelli stradali. gesAllora facciamo un altro gioco, quello di come ti vedi a vent’anni ma senza guardare. con me non vale potrei leggere precisamente il bugiardino sul comodino di quel giorno di quando avevo vent’anni anche solo spiando dal balcone di fronte di una casa colle finestre appannate potrei dirti esattamente la forma e il profumo delle mie treccine fatte in casa, piccolissime, legate cogli elastici minuscoli e le chiacchiere durante le treccine amiche per sempre non dette ma era ovvio poi non lo fu ma le treccine in testa gesù ti prego fa che una volta tolte le treccine mi rimanga il frisè naturale fisso. gesù scusa se ogni tanto ti nomino e ti disturbo che probabilmente ti stanno già a nominare molte signore anziane nelle chiese o giovani al catechismo e gridano più di me che non sto manco parlando quindi non c’è gara con loro e poi io l’ostia non l’ho mai tanto gradita per quella questione del palato e delle mani dei preti sporche di chierichetto. comunque scusa se ogni tanto ti nomino anzi no, che alla fine sicuro non m’hai sentito che i capelli mi rimasero senza frisè naturale fisso. restarono le treccine nelle foto quanto abbiamo riso a vent’anni e pure a trenta l’avevo detto che ero ipermetrope allora facciamo un gioco, il gioco di come ti vedi a vent’anni senza guardare e senza nominare gesù senz’ostia senza i vent’anni che sono uguali ai trenta e pure a quelli di mò sempre senza frisè senza dire le cose alcune cose a ridere forte a credere che comunque tutto prenderà la forma e il gusto di un frisè naturale fisso la forma di quello che abbiamo desiderato a venti a trenta e mò. la risposta a un sorriso la risposta a un messaggio la risposta che tutto va bene non succede niente. l’acqua se spegni la pentola poi piano pianissimo riprenderà a bollire forse non era il momento della pasta era il momento dell’acqua amara che depura era il momento del dolce dolcissimo che ti viene il vomito per quant’è dolce e non ti fa sentire niente arriva il momento del pane duro rompi denti il pane morbido madonna che bella la vita e poi l’acqua ribolle e gesù scusa se ti rinomino ma il frisè mannaggia a te una cosa ti avevo chiesto.

quand’ero piccola allo zoo safari le scimmie col culo rosso le giraffe nella macchina i lama colla saliva gli gnocchi col sugo al self service gli ippopotami madonna che brutti ma belli e i serpenti e la maestra mi fece scrivere più paginette del nome adriano che scrivevo ardiano e mò già sarei ricoverata nel girone dei disgrafici ma negli anni ottanta non si usava si usava lo zoo safari e gli gnocchi.

sopratesto: non potete vederla ma sul titolo giace una falena morta. rippone falencina, scusa, volevo solo spostarti, eri molto delicata evidentemente, scusa ancora, una e più preci per te.

La lettera del giorno del nostro matrimonio sarà così bella che tutti a piangere e noi a ridere di quelli che piangono che vi piangete stiamo a dire delle cose belle tipo le notti piene di piedini e quelle vuote che sono altrettanto belle anche se brutte perché nelle notti vuote di piedini pensi alle notti piene di piedini e pure al fatto che quando una cosa è vuota è perché prima era piena e quindi come i bicchieri tranne quelli vecchi che tieni chiusi negli armadi delle cose vecchie prima o poi, domani o dopodomani o al massimo dopodopodomani verranno riempiti, riempiti di piedini, riempiti di quante mila canzoni abbiamo inventato, ma belle che al concerto del primo maggio avrebbero smesso di parlare di lavoro le donne la violenza sulle donne i terremoti l’umbria l’abruzzo non so onestamente con quante bi si scriva umbria e il t9 del computer non funziona e google regioni non funziona e i bicchieri vuoti che sono già mezzi pienissimi di noi che ci leggiamo le lettere di matrimonio e ci teniamo le mani se non ci sposiamo siamo dei farabutti che poi non dico mica le cose serie della chiesa e delle fedi che gli anelli poi li perdo e mi mangio lo smalto e qualche giorno morirò di indigestione di smalto speriamo dopo molti anni dal nostro matrimonio che potrebbe essere pure colle fedi di cannuccia o di elastico per eroina di quelli de le luci della centrale elettrica che ho capito che se ti chiami vasco e canti guarda non ci voglio pensare e farei il ratto dei vasco che cantano e poi mi impietosirei e li lascerei andare però mi farei promettere di cantare nella mente meh dai per piacere, vaschi. Ochei, linda. Grazie, vaschi. Eh, già. Siamo soli in un cemento di aghi di siringhe che però prima abbiamo baciato colla lingua di amore sui grattacieli dei vinili che girano del nostro amore e anelli e siringhe, eh, già. Basta vaschi! Ochei, linda. ipp

Mi sono comprata delle scarpe che tu avresti detto madonna che belle ti stanno benissimo tu dici sempre che le cose mi stanno benissimo che a volte ci credo e penso madonna ma vuoi vedere che davvero le cose mi stanno non male e mi son messa la maglietta tua per dormire che non lo so se ti sei accorto che l’hai lasciata qua in mezzo alle buste di nachos chiusi colla molletta e ho capito il regalo che mi devi fare a natale anche se mi sembra presto non il regalo quello non è mai presto ma natale però io decido le date e mi sa che è vero natale è quasi è subito dopo agosto è subito dopo tante notti di piedini.

come il succo di frutta senza la frutta come siusi bledi senza il marito di turisti per caso come beibi senza gionni o gieck senza rouse o mia madre senza scolorire le cose o la divisione senza la calcolatrice e altre varie cose che adesso è notte e la notte senza il silenzio non è notte ma è giorno e poi la terra credo sia piatta altrimenti adesso starei scrivendo storto e invece sto scrivendo dritto.

Ho capito come si sente lo iogurt coi pezzi di frutta quando gli togli i pezzi di frutta e pure come si sente il pan carrè che anche se mò non si usa più molto che si usa di più il pan bauletto di banderas però si è usato molto negli anni ottanta novanta insomma ho capito pure come si sente il pan carrè quando gli togli gli angoli marrone chiaro e pure ho capito come si deve sentire l’anguria quando togli i semi neri e li sputi e dici che schifo sti semi a me non piacciono oppure dici li tolgo perché ho paura che mi strozzo coi semi neri e secondo me l’anguria in quei momenti pensa magari ti strozzi coi semi neri. Anguria stai calma. djdjdHo capito che mi ricordo ancora come mi sentivo il pomeriggio della vigilia di natale quando aspettavo coll’ansia bella coll’adrenalina il momento in cui sarebbero arrivati gli zii e i cugini e avrebbe avuto inizio la vigilia di natale e solo fantaghirò coi suoi capelli da paggetto madonna che nervi fantaghirò e i suoi capelli da paggetto riusciva a distrarmi dall’attesa adrenalinica dell’inizio ufficiale della vigilia di natale ho capito che i capelli di fantaghirò mi snervano ancora il pensiero di lei che si fingeva maschio e kim rossi stiuart madonna che bello kim rossi stiuart ho capito che posso sentirmi ancora come il pomeriggio della vigilia di natale mentre aspetto i pezzi di frutta gli angoli marrone chiaro e i semi neri. Non taglierò le tue spine, ma indosserò guanti di ferro per poterle accarezzare e se mi pungerò perché son guanti di seconda mano oppure del discount anche se dubito beh allora mi metterò il cicatrene o il mercuro cromo e poi guarirò e ogni volta che guarderò la cicatrice della spina penserò madonna ma che belle quelle spine ho fatto bene a non tagliarle e  tu non tagliare le mie spine che poi sono morbide sono spine finte sono le spine dei fiori di plastica fanno il solletico e forse la forma può fare un po’ paura ma non fanno male lo giuro su quant’è vero che la prima volta che t’ho visto ho nascosto le forbici dove non avrei potuto vederle.

di bugie col naso di carota e l’amore è quella cosa che prego si accomodi e poi ti togli le scarpe e non esci più. sottotitolo: Certe coppie profumano di soffritto puzzolente coll’olio del discount e la cipolla vecchia e tagliata male e il sedano ah non ce l’avevo e la carota sta nel frigo ammuffita profumano di soffritto senza cura profumano di soffritto che si brucerà lasciato lì al suo destino di soffritto. Il soffritto non ha un destino e non ha consapevolezza. Va un attimo seguito. Certe coppie profumano di soffritto già pronto quello surgelato non ho tempo per il soffritto lo compro già pronto surgelato come il mio amore per te lo scongelo per l’occasione.

la neve è una bugia gigante che ci piace raccontarci. la neve ci piace molto perché è bianca, almeno così ce l’immaginiamo poi in realtà è acqua sporca e se vuoi la trovi anche nel freezer. la neve ci piace molto perché qui dove viviamo noi non nevica mai. la neve ci piace molto per quel discorso delle palle di neve e dei pupazzi di neve coi berretti di lana e le carote al posto del naso, poi in realtà se ti becca na palla di neve in faccia, muori e le carote non dei film tutto sembrano tranne che nasi di pupazzi di neve. i miei ricordi legati alla neve sono di quando la vidi la prima volta e volevo mangiare un fiocco di neve e mi gelai un dente e quando la vidi la seconda volta e a baciarci coi cappotti di fiocchi di neve sotto una stanza di ospedale come se quei baci bagnati di neve potessero cambiare il fatto che ci eravamo tanto amati. poi altre nevi meno romantiche tipo quella volta che mi scivolavano i piedi e quell’altra in cui mi scivolavano le ruote.  bugiepoi la neve bellissima quella di la scuola è chiusa altri due giorni possiamo stare ancora mille sei cento ottanta nove mila ore sul letto a dirci i fatti sempre gli stessi a ridere cogli occhi cinesi tu e io pure ma tu cinesi davvero io no. e il cappello sugli occhi e la neve negli occhi e senza scarpe della colmar sulla neve non sei nessuno. come quella volta che siamo stati ore indefinite a ridere, ore di quelle così onomatopeicamente attimi da pensare è sempre le dieci di sera. Orario totalmente disimpegnato. Orario in cui tutto può ancora succedere. e successe la felicità. la felicità una volta era una bugia gigante che mi piaceva raccontarmi. poi il mio pupazzo di neve non s’è sciolto e see ma non è possibile mò ci butto sopra le lacrime di sale grosso per i pupazzi sciolti passati see ma non è possibile e allora a questo punto facciamo un soffritto colla carota col sedano e colla cipolla un soffritto fatto bene colle verdure per soffritto tritate bene sottili un soffritto coi colori mischiati: aranciò verde e color cipolla.

 

poema rap senza musica e senza virgole e senza punti e senza senso e senza rap e senza poema. sottotitolo:;..,,.;…;..,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,;.

le cose belle, quelle meno belle, le cose brutte, quelle proprio schifose.

le cose belle come le vacanze finte e i venticinque aprile che prendono possesso dei lunedì e trasformano i beneamati martedì in malamati lunedì e il vento forte che non importa stiamo chiusi in casa a preparare colle cozze dei sutè posso contare fino a dieci e so che non ti sarai nascosto perché lo sai che c’ho paura di giocare a nascondino e se ti nascondi lascia scoperti i piedi e farò finta che non t’ho visto non m’importa se perdo m’importa se ti perdi mentre ti nascondi il meglio di me che ho nascosto contando fino a trentaquattro anni fa nascevo coi globuli rossi e quelli bianchi e poi però ho riso così forte che il corpo si muoveva tutto convulso come in un ballo come quando sbatti il succo di frutta prima di berlo e allora i globuli rossi e quelli bianchi si sono mischiati formando i globuli rosa i globuli romantici che ballano i lenti alle feste delle medie quando ci siamo dati mille baci mi sono ricordata delle feste delle medie di quando il cuore ti batte dietro i reggiseni a fiorellini bianchi e celesti. le cose belle come dormire insieme e dire le preghiere per finta prima di addormentarsi per finta e facciamo in silenzio per finta prima che lui ci sgridi per finta e secondo me gesù si diverte se diciamo le preghiere per finta prima di addormentarci per finta in silenzio per finta prima che lui ci sgridi per finta perché gesù si scoccia a rapsentire sempre le preghiere vere dei bigotti col cervello a fiorellini bianchi e celesti e annacquati sutè posso contare fino a dieci e so che non ti sarai nascosto senza lasciare pezzi di pane ch’io possa mangiare lungo il cammino che affannata mi porterà da te l’ho detto che non mi piace giocare a nascondino giochiamo a ridere fortissimo della miseria umana coi globuli rosa romantici ballatori di lenti che ballano meglio di me che non so ballare niente senza sembrare mio padre alle comunioni anni ottanta novanta piede avanti piede indietro braccia tese a penzoloni senza sembrare una che non sa ballare coi capelli di mafalda coi pensieri che vanno a centosettanta allora mi batte l’occhio t’ho pensato un po’ troppo ho riso troppo il cuore delle scuole medie nella testa le canzoni di amore tipo ballate da lento dei rem. le cose meno belle le cose brutte le cose schifose. i piedi per terra appiccicati colla colla siliconata colla colla quella che ridimensiona. mi ridimensiono un attimo. i piedi per terra li schiaccio appiccicati a terra. mi copro gli occhi colle mani faccio ombra a sti colori che sembrano diversi un po’ esageratamente più accesi rispetto agli altri che sembravano accesi ed erano degli sbiaditi pastelli. certi colori dovrebbero essere proibiti.

l’amore ai tempi del raider del piedone delle file del tagadà delle schede telefoniche di quando ti ho detto che avevo capito e poi ti ho detto che avevo capito male e avevo finito i gettoni per dirti che la kukident è una fregatura, ma c’ha una campagna pubblicitaria che è nabbbbomba.

bilogia rivisitata in chiave duemilasedici dal titolo: bilogia rivisitata in chiave duemilasedici dal titolo.

tipo le merendine come le vedi alla pubblicità e come ti appaiono davanti agli occhi e ai sensi quando apri la confezione. c’è qualcosa che non va, c’è una discrepanza di quelle che sebbene possa toccare con mano ed esperire coll’occhio non vuoi contraddire. e allora facciamo che l’annullo, sta discrepanza, facciamo che l’annullo e vado avanti lasciando la merendina nella confezione, facciamo che so che c’è, ma non la voglio aprire. so che c’è e la chiudo collo scotch da imballaggio, quello nero, resistente a tutte le volte che vorrò aprirla e scoprirmi ipermetropamente miope alla verità. e la verità è che la verità, da incontrastata campionessa di nascondino agonistico quale è, si apposta dietro watussiche parvenze che t’accolgono confortevoli e ti dimentichi cosa stavi cercando.

mangiare un twix dopo un lavaggio di denti serio con tanto di filo interdentale serio. la metafora dell’inutile ripetersi di gesti deleteri che fanno rima con sai cosa? “è vero che sosstata male, ma almeno so dove ho sbagliato e sicuramente non ripeterò l’errore.”

dieci anni dopo. capello bianco dentiera, lavaggio di dentiera serio con tanto di filo interdentale della kukident, quello per le dentiere e lo stesso inutile gesto deleterio ripetuto che fa rima con sai cosa? “è vero, ho ripetuto la minchiata per la ennesima volta, ma almeno so che come sbaglio io, ou, come recidivamente sbaglio io, ou, non lo so se son la migliore negli sbagli. forse dovrei riprovarci.”

dieci anni dopo. in fila all’inps per la pensione. ah, no, non ne ho diritto, sono una precaria educatoressa senza contratto pensionistico, lascio la fila, guardo i cantieri, mi annoio un po’, guardo un altro veccio e ingobbita e dispensionizzata torno a ripetere l’errore colla dentiera traballante ‘ché il kukident è una fregatura, ma c’ha una campagna pubblicitaria che è nabbbomba, ah dovrei smetterla collo slang da zona franka ateneo okkupato, da acca combattenti politicizzate, dovrei smetterla ora che la dentiera traballa e la pensione mi ride in faccia e all’inps vado a fare na fila che non esiste, nel duemilacinquanta le file si fanno su feisbuc, le file per dire la minchiata del giorno, la carne fa di nuovo bene nel
duemilacinquanta, i vegani sono morti tutti, i crudisti
seccati sotto alberi di frutti che non son caduti come le pensioni che non sono mai arrivate. le file non esistono più, il latte fa bene, ci è cresciuto l’enzima per digerirlo, se allatti fai bene, se non allatti cazzi tuoi, se vaccini, vaccini, se non vaccini, metto la sciarpa a mio figlio stretta al collo così non s’ammala stando col tuo. la carne fa bene, più rossa è più bene fa. erano daltonici quelli che dicevano che faceva male. hanno curato il daltonismo, anche lo scemismo. hanno curato così bene che le file non si fanno più. è rimasto solo il tagadà colle musiche di corona e haddawey e lavarsi i denti che sian denti o dentiere o dentiere traballanti e poi recidivamente mangiare twix che nel frattempo son tornati a chiamarsi raider perché la carne rossa non fa male e manco i nomi poco didascalici fanno male. avviso di chiamata inoltrato, attendere prego. avviso di chiamata inoltrato, attendere prego.

vecci

le cicatrici quelle vere e quelle in senso metaforico – le metafore sono belle come lo zucchero e la pillola va giu.

facciamo un castello di sabbia facciamolo e accertiamoci che nessuno venga dal mare a sputare acqua che possa portarlo via. facciamo un castello di sabbia pure se la sabbia prude e ci infastidisce moltissimo ma facciamolo perché entrambi vogliamo che nessuno venga dal mare a sputare acqua che possa portarlo via. mi sono messa sulla riva distesa a proteggere il castello di sabbia mi sono bagnata di mare caldo fresco e freddo per evitare che qualcuno venisse a portare via quel castello di sabbia. ho tossito fino a vomitare ho rivadiststarnutito fino a fargli dire educati salute e farmi dire educati (coi sorrisi finti) grazie pur di non sciogliere quel castello di sabbia. in quel castello di sabbia colla sabbia spessa e cementosa c’eravamo io e te e tu mi dicevi cogli occhi stanchi e col profumo di tabacco bagnato dall’ umidità barese a forma di spugna color viola chiaro, mi dicevi mi piacciono le tue paure non mi dispiacciono: t’ho creato una fortezza che possa contenerle e mai arginarle che possa contenerle e tu con me insieme andarci a parlare una volta al giorno come i detenuti dentro alle prigioni. alla paura di morire diremo che non abbiam paura di qualcosa che nessuno ha mai descritto e le diremo vattene via paura di morire c’abbiam da vivere ancora. alla paura della solitudine diremo che ci bastiamo e che è una leggenda la paura della solitudine ‘ché non si può aver paura di quello che si è, di quello che si nasce di quello che saremo. nel castello di sabbia che ho costruito per noi la mia solitudine e la tua si completeranno senz’annullarsi, si daranno la mano e camminando nei posti inesplorati dicendosi fatti detti e ridetti, ridendo di risate rise e ri-rise fingendo con amore che i fatti detti e ridetti e le risate già rise siano fatti nuovi di cui ridere cogli occhi semichiusi colle lacrime e le mandibole doloranti. le onde non sono cattive ma s’infrangono inconsapevoli e incontrollate sul castello di sabbia che ho creato per farci vivere la storia di me e di te, che poi è la storia di me e di te che t’infrangi su di me com’un’onda inconsapevole e incontrollata. mi sono messa sulla riva distesa a proteggere il castello di sabbia mi sono messa sulla riva distesa mi sto infastidendo la sabbia prude ma non importa io ci credo ai castelli di sabbia infrangibili.

mi sono messa sulla riva distesa.

come quel pomeriggio che vidi il sole più bello del mondo rosso bellissimo rosso stimmate nel cuore e rosso come gli errori gravi col lato rosso del matitone blu e rosso delle maestre.

non sarà un letto diverso a fare la differenza. non sarà una candela al profumo di vaniglia e nemmeno spruzzare l’acido muriatico potrà servire a bruciare via la sensazione che niente sarà più come prima. e meno male. però fa male. fa male come la prima volta dal dentista e pure la seconda e la terza col tubicino a tirar via la saliva e l’impotenza lì su quel lettino e la potenza in un acciaioso aggeggino che vibra e martella vibra e martella terremotandoti i denti la bocca e non puoi gridare come in un incubo che ricordi vivido dopo vent’anni come in un incubo del giorno prima che ti accarezza i peli delle braccia e li solleva vulnerabili al tocco del mondo esterno. fa male come quella volta che per rincorrere le mie cugine più grandi caddi e si riaprì una ferita semiaperta e il terreno nel sangue e la corsa finita e adesso dobbiamo aiutarla a rialzarsi e d’ora in poi non correte, non lasciatela indietro. fa male come le cose ottenute indebitamente. il senso di colpa cristiano. fanculo al senso di colpa cristiano. fanculo a quando ho deciso che mi sarei dedicata, come una missionaria che fa il pane colle altre missionarie alle sei di mattina tra i russii dei non missionari e i voluttuosi gemiti missionari, a  non dedicarmi a me. e tu non ti sei mai dedicato a me e tu nemmeno e tu neppure e tu tanto più. e ti sei mangiato il pane caldo, ma non bollente, faccpremurosamente caldo come un cuscino dopo una notte di sonno sereno caldo, come le mie mani quando pregavano atee di poter appannare lo specchio del giorno dopo di felicità e doverlo disappannare per non soffocare per la troppa soddisfazione e invece occhi bassi occhi neri sporchi di trucco mai tolto di trucco messo male di trucco che nasconde la paura di gridare lo schifo e togliersi la maschera del senso di colpa cristiano. fanculo al senso di colpa cristiano. e fanculo a quando ho deciso che m’accontentavo della briciola del pane caldo ormai freddo del pane secco per piccioni del crackers in bustina schiacciata tra i libri di scuola e la polverina dei crackers quella che si beve e ti rimane in gola e vuoi sputare vuoi vomitare ma bevi l’acqua e pare sia andata giù. non è andata giù. e meno male. però fa male. come quella volta che non ci sei stato e tu neppure e tu nemmeno e quella volta altra e quell’altra ancora e tu neppure e tu nemmeno. fanculo. fa rima con fanculo. anagrammato fa fanculo. il palindromo è fanculolucnaf. il pane caldo lo mangio io, ma non bollente, premurosamente caldo come il cuscino delle mie notti serene in un letto diverso coll’acido muriatico colla candela alla vaniglia e colla voglia di sputare quella polvere di crackers andata di traverso.

ti odio fa rima con ti amo. rima baciata alla francese.

la chiralità mi fa paura. la chiralità è schizofrenia legittimata dalle leggi della chimica. la chiralità è ciò che siamo quando ci guardiamo allo specchio e riserviamo il sorriso migliore, il ghigno peggiore, la lacrima più densa perché possiamo guardarci e dimenticare per un attimo di riconoscerci. lo specchio mente e incentiva la temibilissima chiralità che ci contraddistingue. siamo chirali siamo stupidi e chirali figli d’una convenzione che ha definito le emozioni le caratteristiche fisiche comportamentali  le ha catalogate le ha inserite in comodissimi e artificialissimi cartoncini attaccati colla colla vinilica e all’uscita non ti facevano uscire senza il pass maschera che t’avevano confezionato su misura. su misura della convenzione.
barbe mi sta bene quel pass maschera mi calza a pennello quasi che quando mi scruto nello specchio mi ci riconosco: la frangia è la stessa il rosso sulle guance pure il sorriso finto sembra quasi quello che riservo alle occasioni migliori. se uno specchio si prendesse la briga di specchiarmi quando rido d’un sorriso vero quando soffro d’una sofferenza vera e quando invidio e son gelosa d’una gelosia e d’una invidia vera, quello specchio si spaccherebbe in mille disgraziatissimi pezzettini ‘ché non sarebbe pronto all’autenticità riflessa e i comodissimi e artificialissimi cartoncini attaccati colla colla vinilica si sfalderebbero come castelli di carta appiccicati collo sputo. quand’ero piccola costruivo modesti e poco ingegnosi castelli di carta e mi piaceva soffiarci su e vederli cadere. quand’ero grande costruisco modesti e poco ingegnosi castelli di carta e spero che nessuno venga a soffiarci su perché ci vorrei andare a vivere su comode sedie di carta di giornale tipo “cioè”con comodi divani di carta di quaderno a righe della prima elementare degli anni novanta.

di pierrot che in realtà era una donna il cui nome iniziava colla elle e finiva colla a e il cui cognome iniziava colla elle e finiva colla i e del tempo quel gran maleducato che passa e non saluta.

la mestruazioni corporation featuring un martedì travestito da domenica presenta il romanzo in rima abbracciata dal titolo in versi prosaici in stile libero/dorsocollacapaaffogata : se la montagna non viene a denunziarmi, vado io da maometto a costituirmi. 

pierrotil mio vestito da pierrot quand’ero piccola lo odiavo col biancume del viso, la lacrima nera sulla guancia e poi odiavo e odio il fatto di non aver mai saputo dire gota anziché guancia. quelli che dicono gota sono più equilibrati e non odiano i vestiti di pierrot da piccoli e nemmeno il biancume del viso e la lacrima nera sulla gota. il mio vestito da pierrot e i pensieri nella capa di bambina colla lacrima nera sul viso disegnata, i pensieri come plastilina di zucchero filato, come lo schifidor di quando da piccola trovi la manina che s’appiccica ai soffitti nelle buste delle patatine e colla mano di sale di mezza patatina in croce che non te ne fotte della patatina, vuoi lo schifidor per lanciarlo sulla parete e non giocarci mai più e poi un’altra mezza patatina in croce dopo speri che si stacchi piano dal soffitto e ricada pure sulla testa, fa niente, però torna da me schifidor e stavolta non ti lancerò sul soffitto e mangeremo insieme le patatine avanzate nella busta e colle mani di sale negli occhi a bruciarci i pensieri come plastilina secca di confezione chiusa male, come plastilina dura che se ti prende in testa perdi la memoria e ti svegli che pierrot al posto della lacrima c’aveva disegnato sul viso marrone un sorriso gigante non come quello dei clown finto e inquietante un sorriso più bello disegnato sulle guance sulle gote non m’importa come vogliamo chiamarle, importa ch’era un brutto sogno quel pierrot colla lacrima disegnata. era un brutto sogno il pensiero di quella volta  e di quell’altra ancora e di quell’altra ancora in cui il cuore come la fisarmonica, il cervello come la fisarmonica, ma due melodie diverse e senza direttore d’orchestra che s’era invaghito d’un sogno, distratto. il sogno distratto lui distratto dal tempo che passa e non saluta dal tempo che ti strizza l’occhio dispettoso e ti lascia indietro e non t’avvisa che le corse soffinite e che devi correre tu e che la postilla era scritta troppo piccola e colle mani di patatine salate non l’hai letta e forse c’era scritto di non lanciare manine di schifidor sui soffitti per non giocarci mai più e forse c’era scritto che le pareti le avevi disegnate tu così alte e invalicabili come i sorrisi giganti sui pierrot dei sogni e forse c’era scritto ch’eri tu la manina di schifidor lanciata in altissimo e dimenticata e mai più sperata. o forse c’era solo scritto di non interagire quando si hanno le mestruazioni con esseri umani che non hanno le mestruazioni.