gli occhiali da sole, il carisma e il sintomatico mistero versus le cozze ripiene, la sagna riccia e il sintomatico dirrutto

erano i giorni profumati di semi di cocomero, di gomma da cancellare. erano i giorni di ci vediamo alla fermata del pullman. erano i giorni di ci vediamo alla fermata del pullman tuo o del pullman mio? eran giorni di zucchero filato e si giocava all’amore. che importa a quale fermata, ci saremmo incontrati all’angolo che si forma tra le nostre incoscienze,  la mia & la tua. quando le parole essemmesse e imeil non eran che nella mente di vetusti coscienziosi. quando se non venivi all’appuntamento al nostro angolo potevo chiamare  casa tua e scoprirti addormentato tra i compiti che non avresti fatto mai. i compiti che avrei voluto voler fare, i miei. anche la pizza era troppo grande e matura per i nostri palati sognanti. erano i giorni della signora seduta accanto ammè sul pullman, la signora colle buste zeppe di caffè, la signora intrisa zeppa di caffè, la signora del negozio di caffè. anche il caffè era troppo lungo per il mio palato teenager. e la signora coi capelli corti e radi e color caramello guardava educata il mio quaderno a quadretti, ultimo boccone rimasto fiero e appiccicosissimo di quella giornata di zucchero filato. e collo stecco umido tra le dita di te, tornavo ai miei compiti che avrei voluto voler  fare. e mi svegliai coi gomiti di pioggia di ringhiera e tutto come non doveva andare. È vecchia quella cosa come il mestiere di puttana,  è vecchia come un uovo al tegamino prostrato.

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e-(ssemmes)-se domani e sottolineo domani io non pote-(ssemme)-ssi rivedere te. sottotitolo: m’accontentai (accontento) di quel pog(c)o

e colla costante paura del pogo, rimembrando quel pogo di tanti anni fa, colle lire o cogli euro e le lire mischiati quando facevi la divisione per due per capire il valore dei soldi e capitava che la facessi pure colle ore e allora le tredici erano le sei e mezza di mattina e poi ah no, non si dividono pure le ore, quelle ancora non le valutano. il tempo è invalutabile, valuta e decide e tu zitto e guarda le lancette correre e spartirsi i momenti della tua vita come fossero fonzies appiccicosi sulle dita sui capelli nel cuore. e colla costante paura del pogo, rimembrando quel pogo di tanti anni fa i lividi sulle chiappe le risate come lasonil e passa tutto e ti scrivevo un essemmesse, quando ancora era consueto e si facevano gli squilli per dire ti sto pensando o per dire pensami, e ti scrivevo quando arrivi qui nel pogo vorrei baciarti. e pensavo non scriverò mai più messaggi nel pogo post mille crest, non scriverò mai più essemmesse dopo le dieci di sera. e fu così. perché decisi di optare per i uozzap. e quindi non mi si può dire niente. e coi lividi sulle chiappe e le risate come lasonil e passa tutto, ma non passi tu, non passasti tu, sei passato declinato al presente in mille cinquecento indivisibili persone che non son passate e come lividi sulle chiappe e colle risate troppo smorzate per fungere da lasonil son restate a disegnare strade a senso pogounico con scorciatoie troppo nascoste e impercorribili. e colla costante paura del pogo, mi metto in disparte e mi guardo nel pogo di tanti anni fa colla cinta grigia a stringere jeans troppo larghi a stringere pensieri divisibili come euro quando c’era la lira. quando c’era la lira nel pogo colla costante paura di scivolare sulle birre rovesciate altrui, ti cercavo e non c’eri. quando c’è l’euro nel pogo colla costante paura del pogo per l’altrettanto costante paura di scivolare sugli errori rovesciati miei, ti cerco e non ci sei. sei a fare il pane colla tua donna, sei ad avere mille figli colla tua moglie, sei a cercare di trovare conforto alla tua fidanzata infastidita dal rumore di sottofondo che non le permette di dirti che vuole andare a casa a fare l’amore con te sei solo in una stanza a cercare di risolvere l’eterno dilemma dell’invalutabilità del tempo, solo. tu sali, lui scende, io sulla porta saluto lui, accolgo te, sono l’unica ferma ad osservare il tempo ridermi in faccia e pogarmi addosso spingendomi su pavimenti scivolosi dei miei errori reiteratamente rovesciati. gli unicorni non esistono o se sì, si son fermati ad eboli.

il tempismo di secondo nome fa giuda.

mi chiedi che hai. non ti rispondo. mi sa che è meglio se non te lo dico. mi chiedi che hai. ti rispondo altri fatti scemi fingo d’avere i pensieri delle quotidianezze, fingo che tu non c’entri nulla. mi chiedi che hai. non ti rispondo. guardo la tua domanda e cerco d’interpretarla. cosa vuoi che abbia.cosa vuoi che ti risponda. quale risposta potrebbe cambiare le cose e quale potrebbe finirle. vuoi che ti racconti che quand’ero piccola la primavera cominciava il ventuno di marzo e cominciava il ventuno di marzo coi fiori sugli alberi le giacche di mezza stagione il polline e l’allergia. le giacche di mezza stagione via colla mezza stagione e il ventuno di marzo come il ventuno di dicembre e l’allergia senza il polline, quand’ero grande. vuoi che ti racconti che quand’ero piccola la primavera col vento fresco col sole tiepido colle nuvole bianche nel cielo celeste timidamente sereno illusorio, ma col sorriso ingenuo di chi t’illude senza volerti fare del male, di chi t’illude senz’ostentare. la primavera e il vento freddo a congelare i sorrisi a seccare le lacrime come stalattiti di superman in grotte di pensieri a forma di non posso darti il coraggio, l’ho consumato tutto per darlo a me, quand’ero grande. vuoi che ti racconti che le rondini non lo sanno che la primavera è cambiata e alcune, quelle sciocche sognatrici, quelle che c’avevano creduto, quelle diverse, quelle che hanno deciso di cambiare strada e seguire l’odore d’un timidissimo cielo sereno nascosto dietro nuvole nere, nuvole di minnesota trapiantato a bari, nuvole di aria pesante di apparenza e ciò che dobbiamo essere per entrare nel tunnel del divertimento nel tunnel del riconoscimento nel tunnel. certe rondini hanno sbagliato strada e nella pioggia fitta e anacronistica barese d’una notte di mezza primavera prima vera, mò sbagliata, si sono perse sono inciampate e fradicie si sono stese a riposare su un marciapiedi a gridare aiuto col pensiero. se tutto procede come dicono debba procedere tra qualche settimana avrò scordato tutto e mi sforzerò di ricordare, occhi stretti guance in alto, il colore di quel dolore e al bar cogli amici, riderò di quando quella sera non ho resistito e t’ho risposto. che non ho nulla. mentre ho spalmato su pane marrone marmellata arancione ho leccato le dita rosa e un po’ pure arancioni di marmellata e spostato le sigarette e l’accendino vicini vicini per non dovermi alzare o sforzare le braccia. t’ho risposto che non ho nulla e facci quello che vuoi di sta risposta: cambia le cose,falle finire. il pane marrone la sete improvvisa l’acqua riscaldata accanto alla candela da venticinque ore. venticinque ore fa la candela era spenta e questa porta chiusa insieme ai pensieri nell’aria fresca di barcellona tra la puzza di fogna e il profumo di patatas bravas e tu non c’eri nei miei pensieri e non m’avresti chiesto che hai perché non ce ne sarebbe stato bisogno. io mi voglio bastare e camminare per le strade di bari o cellona colla testa fra le nuvole e pensarti se è incontrollabile e non pensarti se è controllabile e mi voglio bastare senza controllarmi e senza il bisogno costante di controllare che tutto vada come deve andare. oppure piuttosto che chiudermi e mettere il muso faccio come buddisticamente sarebbe d’uopo fare: ti faccio spazio e ti compro un aquilone di quelli semplici di due colori o massimo quattro colla coda e coi triangolini decorativi e poi lo facciamo volare nel cielo a guardarci da lassù piccoli e sciocchi che si son perduti, dati le spalle e mai più incontrati.

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